AUTUNNO

Mi piace fotografare i colori dell’autunno. La luce fioca, timida, muore dietro una fila di case a schiera. Passeggio nei boschi, calpesto un mare di foglie e poi mi accosto ad un albero. Un albero come tanti altri, posto lì da chissà quanto tempo. Rami scheletrici, infreddoliti e una corteccia impenetrabile. Un groviglio ligneo divide il cielo dal cimitero del fogliame. Il freddo, gelido freddo, mi taglia il naso e mozza il mio respiro.

Vorrei fotografare te, ora.
Perché proprio me?
Non ti basta il fatto che lo voglia?
Allora dovrò sistemarmi i capelli.
Vanno benissimo così.
Lo dici davvero?
E´ tutto ciò che penso.
Ma non sai nemmeno come mi chiamo.
Forse è giunto il momento di dirmelo.

C’è un attimo di esitazione. La si sente nell’aria. Tutto procede più lentamente, la quiete torna a regnare. Le parole balzano fuori con un soffio. E muoiono poco dopo. Di esse rimane soltanto un ricordo. Un eco sbiadito che si perde in lontananza.

Il mio nome è ***.
Lo so.
E allora perché me lo hai chiesto?
Volevo sentirlo pronunciato da te.
Ed è stato bello?
Molto più bello di quanto immaginassi.
Tu non parli molto, vero?
Quanto basta.

Quando metto a fuoco tutto intorno a lei svanisce. Le colline ricoperte di monete dorate e scarlatte. Noccioli, castagni, pioppi e robinie a perdita d’occhio. I deboli crinali che si confondono nell’ombra. Giunge il tramonto e tutto tace. Lo sfregare delle fronde si placa, anche se per poco. L’ultimo sospiro di un giorno ormai morente.

Non mi hai ancora detto why.
Adoro fotografare i colori dell’autunno.
Non credo di capire.
I tuoi capelli mi ricordano l’autunno.
E cosa significa l’autunno, per te?
Qualcosa di bellissimo.

Lei sorride. E lo scatto risuona tutt’intorno. Gracchia come un uccello ferito. Si arrampica sui tronchi. Saltella sulle fronde ossute. Poi spicca il volo e di sé non lascia traccia. E´ soltanto un’altra foglia, caduta anch’essa a terra.